Requiem for a Dream, scommettiamo?

Generalmente cerco di scrivere subito dopo aver visto un film, per non perdere quell’alone che mi accompagna poco dopo la visione, un po’ come avere un sapore in bocca che lentamente svanisce, puoi cercare di ricordarlo, ma scriverne mentre lo assapori è tutt’altra cosa.
Poi invece ci sono quei film che ti restano, ti si impregnano e anche dopo anni puoi scriverne ad occhi chiusi, le parole vengono da sole…

Parliamo quindi e finalmente di Requiem for a Dream, un film di Darren Aronofsky che ho visto solo 2 volte a distanza di anni e di cui l’ultima risale a circa 4 anni fa, ma che rimane uno dei miei preferiti.

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Scommettiamo che inconsciamente lo conoscete già?

Perché ci pensa la sua colonna sonora abusata ovunque fino al limite della legalità, da Britain’s got talent, a vari altri film (tra cui ahimè ci metto anche Sunshine) o vari spot pubblicitari, a dargli un po’ di visibilità.

Colonna sonora che ha il suo massimo exploit con lei, l’inconfondibile Lux Aeterna di Clint Mansell eseguita da Kronos Quartet, Mansell che Aronofsky si porterà dietro anche nelle sue future pellicole, lo sentiremo infatti sia in The Black Swan, The Wrestler e Noah.

Avete capito di cosa parlo? No? Allora eccola in tutta la sua bellezza.

Angosciante vero? Se è così anche fuori dal suo contesto, provate ad immaginare cosa può generare insieme la potenza emotiva delle immagini e della storia.
Ogni volta che la sento mi sale un magone assurdo, un po’ come quando ascolto la soundtrack di Dragonheart, ma questa è un’altra storia e un altro dolore.

Non inizio mai a parlare di un film dalla sua colonna sonora ma essendo un tratto così forte e distintivo dovevo; ora veniamo a noi, avevate avuto un accenno di Requiem for a Dream quando ne parlai nell’articolo su Darren Aronofsky, appunto il regista, ma lo avevo promesso, dovevo dirvi di più, quindi eccoci qua.

Film del 2000 tratto dall’omonimo romanzo del 1978 di Hubert Selby Jr., considerato ormai cult per i motivi che andrò a raccontarvi.

Chiamiamola storia, chiamiamolo esperimento, o grande messaggio pubblicitario, alla fine non è altro che il percorso diviso in 3 capitoli (Estate, Autunno e Inverno) di 4 vite vissute in parallelo, 4 persone che vanno alla ricerca della felicità.
Una felicità che sarà solo illusoria, e del suo raggiungimento (?) attraverso le proprie dipendenze.

Una triste realtà vista da vicino, un intreccio di vite già degradate di loro che corrono su binari autodistruttivi e si incrociano nell’epilogo agghiacciante dei loro sogni infranti.

Una pellicola che segna, ma che insegna tramite delle storie che vanno ascoltate e a far più male della potenza delle immagini è forse la consapevolezza che di queste situazioni il mondo ne è pieno.

A far parte della pellicola e a costruire questo violento schiaffo in faccia ci pensano Ellen Burstyn, Jared Leto Marlon Wyans e la bellissima Jennifer Connely.

Scommettiamo che l’oscar lo avreste dato anche voi ad Ellen Burstyn? 

Perchè la sua interpretazione sovrasta le altre, la storia di Sara è quella che impressiona di più e non solo per il suo epilogo, ma per quello che la sua solitudine spinge a fare.

Nominata agli oscar come miglior attrice protagonista nel 2001, purtroppo ci ha pensato Julia Roberts con il suo ruolo Erin Brockovich a soffiarglielo.

E Jared Leto che già dimostrava di essere uno da tenere d’occhio non solo per le doti musicali ci regala una grande interpretazione, sono contenta che negli ultimi anni gli sia stata maggiore visibilità.
Se volete recuperare qualcosa di suo precedentemente alla sua “riscoperta artistica”, sicuramente punterei su Mr. Nobody o Chapter 27.

Peccato per Marlon Wayans che rimane un po’ una macchietta in confronto ai suoi co-protagonisti.

Scommettiamo che verrete stupiti dal regista?

L’impronta di Aronofsky è pesante, la regia volutamente veloce e compulsiva, le scene velocizzate, le sequenze in loop o quelle senza sonoro (ripetutamente utilizzate nei suoi film) danno prova dell’esasperazione e della condizione mentale dei personaggi.

Le inquadrature molto brevi e l’uso del fish-eye, rendono Requiem for a Dream particolare, simile ad un lungo videoclip, infatti ha circa 2000 tagli, differentemente alla media degli altri film che ne hanno intorno ai 700.

La sua suddivisione del tempo in capitoli ricorda un po’ Kim Ki-duk nel il suo Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, ma con una sostanziale differenza, il ciclo non si conclude mai, la primavera simbolo della rinascita non è presente nel film che infatti si suddivide in soli 3 capitoli:

  • L’estate (l’ascesa)
  • L’autunno (la caduta)
  • L’inverno (la distruzione)

Della serie “lasciate ogni speranza o voi che entrate”, e lo capiamo bene con quell’estate mai tornata, e quella primavera mai arrivata.

Un film con un simbolismo forte, infatti oltre alle stagioni, ci pensano le posizioni assunte dagli attori (come l’accovacciarsi in posizione fetale), il tanto adorato vestito rosso, il pontile o il sogno di Harry a simboleggiare i sogni, gli stati d’animo o i percorsi dei protagonisti.

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Scommettiamo che ne uscirete provati?

Perchè Requiem for a Dream (mai titolo più azzeccato) è un percorso emotivo angosciante che ti lascia dolore addosso e dove volente o nolente anche lo spettatore scivola in un incubo ad occhi aperti.

Una pellicola forte e viscerale che tratta il tema delle dipendenze e che prende come “cavie” persone diverse, ma collegate tra di loro, facendoci vivere l’escalation della loro caduta libera verso l’oblio e dove tutto si riduce a una delle più primordiali delle paure dell’uomo, la solitudine.

Il film è come una marea che prima ti accarezza poi ti intrappola, per poi sommergerti e infine spazzarti via definitivamente.

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Un pessimismo al limite del consentito espresso in immagini, musica, filtri e colori che da caldi e brillanti dei primi minuti lentamente si spengono e incupiscono viaggiando di pari passo alla storia.

Scommettiamo che lo sconsiglio?

No non sono impazzita, solo che voglio bene ai miei lettori, il film è fantastico ma mi sento di sconsigliarlo a chi è suscettibile a scene forti e soprattutto a chi non è proprio felice al momento, può destabilizzare anche chi è abbastanza gioioso di suo e se siete mezzi mezzi state attenti, potrebbe darvi il colpo di grazia.

Molti direbbero che è un pugno nello stomaco, ma io dico che questa è una tranvata in pieno petto!

Perché è uno di quei film che finisce col botto e i suoi ultimi minuti rimangono sicuramente impressi grazie al binomio azzeccatissimo di immagini e colonna sonora.

È quando finalmente (perché è un sollievo) lo schermo diventa nero che si compie la magia, la mente che passando dal vuoto iniziale alla la confusione, lentamente torna a riordinare i pensieri, porta a chiedersi:

  • Cosa cavolo è appena successo/ho appena visto?
  • Aiuto!
  • Per ripassare allo stato catatonico.

Questo succede quando il messaggio arriva forte e chiaro, una rappresentazione che fa paura e raggiunge il suo scopo, se quello era, spaventare chiunque creda di poter essere più forte delle proprie dipendenze (la droga in primis) e che nel mentre lascia lo spettatore decisamente provato.

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Scommettiamo che non c’è paragone?

Nonostante tutti lo mettano a paragone con Boyle e il suo Trainspotting, no non si può, non può esserci paragone tra 2 opere che pur condividendo un tema (ma neanche a pieno), ne analizzano contesti diversi in modi del tutto diversi, se proprio dobbiamo avvicinarlo ad un altro film, forse è più simile a Cristiane F. -Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino.

Perché alla fine Requiem non è solo un film sulla droga, ma forse questo lo avevate capito…

Dimenticavo una delle cose più importanti! Il trailer!

Ora Darren dai, non fare scherzi torna a fare film di alto livello!
E voi, siete abbastanza preparati per quello che vi aspetta?

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5 pensieri su “Requiem for a Dream, scommettiamo?

  1. La lacerante separazione che Aronofsky crea dividendo lo schermo e la vita attraverso una porta, con Harry / Jared Leto da un lato e Sara / Ellen Burstyn dall’altro, mentre quest’ultima cerca di impedire che il figlio esca a comprarsi la droga, in una vita scandita dal gioco televisivo che rende praticamente spettrale l’intera famiglia, in uno squallore indicibile di ricerca di fortuna e successo, in cui persino le vendite di droghe possono dare a Marion l’occasione di diventare stilista ma la vita la travolge e potrei andare avanti per ore a parlare di questo film, meravigliosamente struggente, proprio per la sua incredibile ed impensabile posizione quasi enigmatica ed acritica (non-morale) che ci mette l’orrore di fronte senza spiegarlo o persino giudicarlo.
    Il male è entrato attraverso le vene di Harry e da lì è passato a tutto l’universo di questo gruppo familiare, senza alcuna redenzione possibile, come una condanna eterna senza appello.
    Senza dire nulla che possa anche solo diminuire il piacere (dolore) della visione di questo film, tu hai detto quello che ho scritto io e moltissimo di più: una recensione fantastica, come non ne trovi in giro nel web e cazzo, fottutamente bella, magnifica, da invidiare ed io ti invidio per la tua bravura e non è un sentimento nobile (oh, no, lo so), ma sono umano e mi chino di fronte alla maestà, anche se la maledico, perché i puri di cuore aspirano al meglio, mentre gli ignobili vorrebbero gli altri solo più bassi (se scrivessi peggio, sarebbe più facile esserti amico!).
    Aldilà delle parole un po’ caciarone, tanta stima Doppa W, tanta stima.

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      1. Troppo gentile.. è che, come ti dicevo a suo tempo, non avendo tu l’ansia di inseguimento della realtà o il bisogno barbiturico di adesione a tutti gli standard, hai un blog che permette la riflessione, il ricordo, la rimasticazione del vissuto durante la visione ed è per questo che leggendoti ci si arricchisce, altrimenti uno fa come ho fatto io che “rigurgita” fuori le sensazioni e basta… Anch’io sto cercando nel mio blog di fare allo stesso modo, permettendendomi delle pause e rimettendo insieme i pezzi dei miei ragionamenti…
        Ti auguro uno splendido inizio di settimana, DoppiaW.

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      2. Ma smettila, ti leggo sai? Sei una sorta di enciclopedia vivente, ma che si distingue dagli altri blog, c’è molto di più in te e come scrivi (lettori vi invito a verificare quanto da me detto).
        Hai ragione però, le motivazioni della scrittura variano da blog a blog e sicuramente io scrivo per me, o meglio per la me di ieri che cercava informazioni sul cinema e le voleva trovare più o meno così!
        Kasa buon inizio settimana anche a te, e continua a rigurgitare le tue sensazioni che non è mai un male 🙂

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