Per la rubrica “Meniamo le mani” oggi sul banco degli imputati American Sniper

Meniamo le mani? Questo il nome della rubrica del faccia a faccia/penna a penna o meglio a tastini a tastini, insomma come preferite; dove la parola d’ordine è confronto e scambio di opinioni (in modo pacifico eh!) tra 2 persone con pensieri diversi.

E non potevo sperare di meglio quando il papà di uno dei blog che più ammiro mi ha proposto questo divertente scambio di vedute su un film che ci ha trovati in disaccordo, il suo blog è Solaris, e il film chiamato in causa oggi è American Sniper.

Se siete affezionati del blog, saprete che Doppia W in questo scontro è il “cattivo” e Solaris “il Buono”, se non lo siete o non lo avete ancora letto e volete conoscere le mie motivazioni, o solamente per avere un quadro completo prima di vedere il film, potete dare uno sguardo al mio vecchio articolo.

Ma adesso è arrivato il momento della mia controparte, vediamo cosa ne pensa Solaris della pellicola di Eastwood, e mi raccomando se avete altro da aggiungere su questo film che ha fatto tanto parlare di se, non siate timidi e diteci cosa ne pensate!

 

sniper1(id.)
di Clint Eastwood (Usa, 2014)
con Bradley Cooper, Sienna Miller
durata: 133 min.

★★★★★

American Sniper in origine doveva essere diretto da Steven Spielberg, e chissà cosa ne sarebbe venuto fuori. Probabilmente un film ultra-nazionalista, retorico, una smielata agiografia di un ‘eroe’ moderno americano. In pratica, esattamente quello di cui viene accusato oggi Clint Eastwood, che ne ha raccolto il testimone alla regìa…

Strana critica quella italiana, in particolar modo quella ‘di sinistra’ (cioè quasi tutta): finchè il ‘compagno’ Clint demistificava crudelmente l’America in modo inequivocabile e toccante, celebrando coloro che stavano ai margini della società (con il dittico Mystic River Million Dollar Baby, ma soprattutto con Gli Spietati) allora era ‘uno di noi’, la voce narrante sincera e disillusa di una nazione che doveva fare i conti con la propria coscienza. Poi, dal giorno del famoso discorso alla sedia vuota pro-Romney alle ultime presidenziali, l’intellighenzia sinistrorsa ha cambiato diametralmente opinione su di lui, fingendo di stupirsi per la sua presunta ‘svolta a destra’, e dimenticandosi che il buon Clint non ha mai nascosto le sue idee conservatrici e repubblicane (non dimentichiamo che negli anni ’80 è stato anche sindaco, repubblicano, della cittadina californiana di Carmel. Più chiaro di così…). Ciò ovviamente non gli ha impedito in passato di criticare, anche aspramente, la politica a suo parere interventista e guerrafondaia dei due Bush, continuando a girare i suoi film con la coerenza e lo stile di sempre.

Per questo chi contesta ad American Sniper di essere un film agiografico e squallidamente patriottico, è clamorosamente fuori strada, forse obnubilato da un evidente preconcetto politico. Eastwood, da americano, repubblicano e vecchio conservatore, non critica ovviamente la guerra in Iraq (così come fece anche Kathryn Bigelow in The Hurt Locker, pellicola molto affine a questa per stile e contenuti), e ognuno è padronissimo di non essere  politicamente d’accordo con questa visione (mi ci metto anch’io, a scanso di equivoci). Solo che il film non parla di questo: American Sniper è, prima di tutto, la storia (dis)umana e privata di un uomo divenuto eroe suo malgrado e incapace di gestire se stesso e la sua intima fragilità, per nulla aiutato da una nazione sempre terribilmente in cerca di eroi da santificare, ma che non riesce neppure ad assicurare a questi ultimi un recupero mentale e una vita decente dopo esperienze non proprio salutari… l’immagine del reduce di guerra che fissa la sua faccia nel riflesso del televisore spento è una delle scene più sconvolgenti e insostenibili di American Sniper, che da sola basta a dissipare i preconcetti di cui sopra. Del resto lo stesso Eastwood ce ne aveva già dato piena dimostrazione in Flags of our fathers, rivelando allo spettatore il difficile reinserimento dei soldati rientrati in patria dopo il secondo conflitto mondiale. E da allora non ha certo cambiato idea.

American Sniper racconta la storia vera di Chris Kyle, ovvero del miglior tiratore scelto di sempre dell’esercito statunitense, cui vengono attribuite 160 vittime ‘ufficiali’ (ma quelle reali paiono essere addirittura quasi il doppio). Una leggenda per i suoi compagni, il diavolo in persona per il nemico. Di sicuro un perfetto esempio della propaganda americana: nato in Texas, cresciuto in una famiglia rigida e dai chiari princìpi morali (“Esistono tre tipi di persone: i lupi, le pecore e i cani da pastore, quelli che fanno la guardia. Noi dobbiamo essere questi ultimi”), arruolatosi nei Navy Seals dopo l’attentato alle Torri Gemelle, nonchè padre di famiglia felicemente sposato con tanto di moglie attraente al suo fianco. Kyle per l’opinione pubblica è lo stereotipo del patriota, ma la sua immagine privata è a pezzi, e Eastwoodcerto non fa sconti: è il tipico bisteccone palestrato e ingenuo, una specie di armadio a tre ante senza un briciolo di cultura, amante del barbecue e della birra, che ama ubriacarsi nei pub. E proprio in un pub ha la fortuna di incontrare la sua compagna, Kaya, ovvero la sua ancora di salvezza, colei che avrà la forza e la pazienza di aspettarlo al rientro dalle sue missioni di guerra e aiutarlo a reinserirlo nel mondo dei ‘normali’.

Lo ripeto: lo scopo di American Sniper non è quello di mettere in discussione la politica americana. Anzi, è un film americano fino al midollo, nel senso che Eastwoodnon fa altro che mostrare la vera faccia dell’America: quella della gente comune, semplice, che in assoluta buona fede è convinta di essere nel giusto e che acclama Kyle come eroe nazionale senza preoccuparsi minimamente di chi sia e cosa faccia una volta smessa la divisa. La regìa del ‘veterano’ Clint (ottantacinque anni da compiere) fotografa magnificamente questo contrasto: ci mostra scene di guerra brutali e terribilmente realistiche, alternando i primi piani dei soldati al fronte con riprese dall’alto che riproducono la complessità e il rischio delle loro azioni, inframezzandole con i rari momenti di vita familiare tra una missione e l’altra del protagonista, palesemente a disagio in un ambiente che non riconosce e che lo tiene lontano dalla guerra, ormai unica sua ragione di vita.

Eastwood è certamente consapevole di esporsi alle critiche del mondo occidentale, in massima parte progressista e ostile al ruolo di ‘sentinella del mondo’ che l’America si è ritagliata nel tempo, tuttavia la sua integrità morale è a mio avviso indiscutibile, non fosse altro per il fatto che in ogni momento il suo film mostra il prezzo che le persone come Chris Kyle (un magnifico e ormai non più sorprendente Bradley Cooper, ingrassatosi ad hoc per l’occasione) devono pagare al loro idealismo. La beffarda didascalia finale, impietosa e inaspettata, fa da tragico epilogo a una storia tutt’altro che limpida e apologetica, chiarendo per l’ennesima volta il punto di vista di chi, da sempre, è abituato a non illudersi più. E a quel punto è anche lecito perdonargli la sincera commozione (quella sì, patriottica) che trasuda dalle ultime immagini, quelle che scorrono sui titoli di coda e che forse disturbano non poco lo spettatore europeo, integerrimo e pacifista. Ma negare quelle immagini significherebbe negare la storia e la cultura di una nazione intera. E forse è chiedere troppo. Non solo a Clint.

Al prossimo duello.

 

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10 pensieri su “Per la rubrica “Meniamo le mani” oggi sul banco degli imputati American Sniper

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